Nastro indietro allora a quattro settimane fa: 19 ottobre. Il tuo esordio da titolare con la Cavese e il tuo primo gol tra i professionisti al Cerignola. Da quel momento, in 4 partite, 4 risultati utili consecutivi per la squadra e un’altra tua rete, al Potenza. Ti sei sbloccato?
«Lo spero, ma non lo so! Non è tanto difficile sbloccarsi, quanto più mantenere il ritmo e i risultati. E parlo per la squadra, non per me. Personalmente è chiaro, fa benissimo: sono un attaccante, vivo per segnare. Ma sarei stato il giocatore più felice del mondo se avessi saputo che anche senza gol, la Cavese sarebbe uscita da un momento difficile»
Davvero?
«Davvero, lo garantisco! Faccio un altro esempio. Con mister Prosperi ho sempre avuto un rapporto splendido, anche quando a inizio stagione avevo meno spazio. L’importante è farsi trovare pronti quando arriva l’occasione. Va sfruttata quella e sono stato bravo io a coglierla. Ora sto giocando di più e sono ancora più felice. Ho detto ancora più felice, perché già prima stavo bene»
Parli proprio come un giocatore esperto. Non è che il clima familiare abbia influito?
«Il mio cognome fa tanto. Lo so. Soprattutto per quello che mio papà (Luca,storico difensore della Salernitana con più di 200 partite in granata, ndr) ha fatto a Salerno. Mi ha sempre consigliato molto»
Ma hai riflettuto su quanto possa incidere l’essere o meno un figlio d’arte?
«Sì, certo. Ma dipende da come un ragazzo affronta il fatto di voler intraprendere la stessa professione del padre. E da come sia stato educato. Io sono orgoglioso di quello che Luca Fusco ha fatto a Salerno, ma non mi interessa. Nel senso che non mi tocca. Io volevo giocare a pallone. Punto. Ero e sono convinto di questo. Per dirla tutta: fino a qualche anno fa, papà non veniva nemmeno a vedermi giocare, perché voleva lasciarmi il mio spazio».
E poi te lo sei ritrovato allena allenatore in Primavera. Era strano?
«Sì, ma meno del previsto»
Come l’hai gestita?
«Il primo anno ero più piccolo dei miei compagni e non ho giocato mai. Non ho mai detto nulla, ovviamente, e gli ho sempre dato del lei. Poi è tornato l’anno scorso, e le cose erano cambiate: io avevo già esordito in Serie A ed ero capitano della squadra. Dal lei, sono passato solo al mister. E quando dovevo parlargli da capitano, per il gruppo, non ho mai avuto problemi a farlo. Sempre nel rispetto dei ruoli. Ma l’educazione sta proprio qui: papà mi ha insegnato molto bene come comportarmi, mi ha dato dei consigli preziosi e continua a darmeli. Cerco sempre di averlo come esempio di professionalità, umiltà, punto di riferimento come ogni genitore. Se sono la persona che sono, è anche grazie a lui e mi ritengo ancora più fortunato perché conosce la carriera che sto cercando di intraprendere io»
Su una cosa però ti ha per forza aiutato di meno: lui era difensore, tu sei attaccante. Come capisci quale sia il tuo ruolo in campo?
«Ci sono tanti modi. Per me è stato proprio naturale. Da che mi ricordi, ho indossato gli scarpini per la prima volta a 4 anni. E volevo fare gol. Mi sono messo davanti e non mi sono mai più levato da lì. Anche nei tornei giovanili, vincevo spesso premi come miglior giocatore del torneo per il numero di reti segnate. È stato tutto molto naturale»
E che tipo di punta ritieni di essere?
«Moderna, perché ho un fisico importante ma riesco comunque a correre tanto. Faccio sportellate, provo ad aggredire sempre gli spazi. Forse, lo faccio un po’ troppo: devo imparare a legare meglio il gioco, come facevano i miei compagni in prima squadra a Salerno».
Eccola, la Salernitana. L ’esordio in Serie A è avvenuto il 20 maggio 2024. Una data indimenticabile, immaginiamo.
«Insieme al mio primo gol tra i professionisti è al momento la cosa più felice che mi sia capitata nella vita. Ma già la convocazione di due settimane prima, per la partita contro l’Atalanta, era un sogno. Me la ricordo ancora: ero al bar con i miei amici e mi sono ritrovato un messaggio in cui mi veniva detto di correre in albergo per il ritiro. Non ho corso, ho letteralmente volato! L’esordio è stato incredibile, anche se è coinciso con un momento molto negativo per la squadra, che era quasi aritmeticamente retrocessa: lo speaker dell’Arechi pronunciò il mio nome anche con una certa enfasi, vista la storia di papà. Io entrai in campo e quasi mi misi a ridere».
I social li usi?
«Molto poco. Non mi ritengo fotogenico, tranne quando sono in campo (ride,ndr)».
Però c’è un post di commiato alla Salernitana in cui esprimi anche un certo dispiacere per l’addio.
«Sì, perché nella mia brevissima carriera è stata la prima decisione subita e non presa. Anche se non mi ha fatto male, perché ero davvero carichissimo di iniziare questa mia avventura a Cava dei Tirreni. Ma Salerno è la mia città, ci vivo ancora: sono cresciuto qui anche calcisticamente. Però penso sia stato un bene: avrei trovato poco spazio (guardate che rosa hanno!) e forse tagliare quel cordone è stato un bene. Non è stato facile, ma l’ho superata con molto entusiasmo».
Studi?
«Sono al terzo anno di Scienze Motorie. È importante studiare, anche se non ho mai pensato a una reale alternativa al calcio. Però va allenato anche il cervello».
E questa tua apertura ti porta a conoscere anche le lingue? Un giocatore moderno si dice che debba conoscerle bene.
«Mi volete interrogare?»
No.
«Meno male! L’inglese lo parlo, anche se non in maniera troppo fluente. Ma a Salerno avevo compagni stranieri con cui dovevo interagire. E ci riuscivo»
C’è un giocatore che hai ammirato particolarmente, tra i tuoi compagni?
«In tanti mi hanno aiutato, quando ero in prima squadra. Cito Dia, che ha una forza impressionante. Anche Simy mi ha consigliato molto: da giocatori con questa esperienza puoi imparare tantissimo. E poi c’era Djuric: in Italia, insieme a Giroud, penso che sia stato il giocatore più forte nel gioco aereo negli ultimi anni».
E un idolo ce l’hai?
«Sì e sarà per sempre Cristiano Ronaldo. Niente sogni, paragoni o desideri. È inarrivabile e intoccabile».
Autore: Ugo D'Amico / Twitter: @DAM_Ugo1996
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